10/31/2012

L'IGUMENO SERGIO TAUMATURGO


VITA DEL SANTO MONACO TEOFORO E PADRE NOSTRO, L'IGUMENO SERGIO TAUMATURGO
 
Questo nostro santo padre, Sergio, teoforo, nacque nella città di Rostov, da padre timorato di Dio, di nome Cirillo, e dalla madre Maria. Essi concepirono il frutto benedetto e nacque loro questo santo fanciullo. Si dice che la madre, prima della nascita del santo, fosse entrata in chiesa al momento della santa liturgia per pregare e che in quel momento il fanciullo abbia gridato tre volte nel grembo materno. E da questo segno fu chiaro a tutti che sarebbe diventato una guida spirituale e il servitore della Trinità: e così fu.
E venne dunque il tempo della nascita; nacque loro un figlio e lo chiamarono Bartolomeo. E dalla nascita, al mercoledì e al venerdì, non si attaccava al seno della madre e non beveva il latte. Cresciuto superava i suoi compagni e coetanei per forza e saggezza. In seguito fu dato allo studio delle Sacre Scritture, alle quali fu iniziato per rivelazione divina da un vecchio, o meglio da un angelo di Dio mandato sotto le spoglie di un vecchio, che subito gli donò la capacità di intendere le scritture senza fatica. I genitori, vedendo quanto accadeva, si rallegravano molto. In seguito i genitori si trasferirono dalla città di Rostov, che abbiamo prima nominata, in una località chiamata Radonez e portarono con sé il fanciullo. Questa località non era famosa né conosciuta, ma fu scelta da Dio perché vi si onorasse il suo servo.
In seguito i genitori morirono e lasciarono le loro ricchezze a Bartolomeo. Il santo giovane, vista la morte dei genitori, pensava: "Anch'io sono mortale, anch'io devo morire come i miei genitori" e pensò di distribuire ai poveri il patrimonio del padre e di non tenere nulla per sé, neppure il cibo necessario, poiché confidava in Dio che dà nutrimento agli affamati. E in seguito, ricevuta la tonsura, divenne monaco e annullò i pensieri cattivi che trascinano in basso e prese il nome di Sergio.
All'inizio della vita monastica, egli si esercitò in primo luogo nell'umiltà, e a ciò aggiungeva le veglie, e si nutriva di pane e acqua, e recitava le preghiere tra le lacrimeMolte e indicibili molestie gli vennero dai demoni, tanto che non è possibile dire di esse nei particolari. Poiché gli accadevano queste cose la sua fama si diffondeva ovunque.
Molti accorrevano a lui dalle regioni e dalle città circostanti e venivano per ottenere una grazia, alcuni lo pregavano di poter vivere con lui ed egli con sollecitudine accoglieva tutti coloro che andavano da lui.
Costruì per prima cosa una cappella e in seguito eresse un degno monastero, in onore della santissima Trinità, che esiste ancora adesso per grazia di Dio. Si raccolse intorno a lui una moltitudine di monaci ed egli introdusse la regola cenobitica e ordinò che nessuno chiamasse propria alcuna cosa, ma che tutte le cose fossero in comune.
Disse ai compagni: “Vigilate fratelli, perché dopo aver lasciato molto non cadiate nel peccato per piccole cose". E così giorno per giorno si consolidava il gregge di Cristo. E i monaci imitavano il santo nell'ubbidienza e nella fede e conducevano una vita rigorosa, ognuno in misura delle proprie forze, ed era come se essi vedessero in lui non un vicario ma un angelo di Dio, e si sottomettevano a lui e molti dei suoi discepoli come astri fulgenti erano simili alloro maestro.
E Dio onnipotente gli concesse il dono della profezia, tanto che poteva prevedere anche il futuro molto lontano. Il gran principe Dimitrij Ioannovic soffriva a causa delle invasioni degli ismaeliti senzadio; allora il santo lo armò con la preghiera e gli disse: 'Vai contro i barbari, allontana da te ogni dubbio e con l'aiuto di Dio trionferai e ritornerai nelle tue terre salvo", e così fu, secondo la profezia del santo. E ricevette da Dio anche la capacità di operare molti miracoli, addirittura di resuscitare un morto. Un tale, il cui unico figlio era stato colpito da una grave malattia, con fede e speranza portò il figlio dal santo, ma per strada il ragazzo si indebolì e spirò. Il santo con la preghiera lo resuscitò. Quando vi fu una carestia nel monastero il santo pregò e vi fu grande abbondanza di tutte le cose.
Andavano da lui coloro che erano posseduti da spiriti immondi e non appena giungevano dal santo, gli spiriti immondi erano scacciati da loro. I malati erano guariti e i ciechi vedevano. In breve tutti coloro che erano colpiti da diverse malattie e che si recavano da lui con fede non solo riacquistavano la salute ma ritornati alle loro case ricevevano dei benefici.
Il santo era adorno di ogni virtù e la sua parola era colma del sale spirituale e per questo era amato da tutti.
In un luogo lontano si trovava dell'acqua e il numero dei fratelli era molto aumentato: dopo che il santo ebbe pregato presso il monastero scaturì dell'acqua e questa fonte esiste fino a oggi e dà acqua in abbondanza per ogni necessità del monastero; molte guarigioni hanno origine da quest'acqua fino ai nostri giorni.
A lui fu concessa la visione di nostra Signora purissima, Madre di Dio la semprevergine Maria con due apostoli, Pietro e Giovanni; essi fecero la promessa che non avrebbero abbandonato il monastero del santo e che dopo la sua morte avrebbero visitato i confratelli. Ed ecco la Madre di Dio concesse una visione al suo servo, ed egli vide una moltitudine di fratelli, come uccelli meravigliosi dell'ineffabile bellezza che veniva dalle loro vite virtuose.
Mentre il santo celebrava la santa messa un angelo del Signore concelebrava con lui, di questo testimonia colui che vide ciò, Isaia, già perfetto nell'esercizio della virtù, discepolo del santo. A un altro suo discepolo, Simone ecclesiarca, fu concessa una visione, mentre il santo celebrava la liturgia, un fuoco divino era sull'altare del sacrificio e illuminava l'altare tanto che sembrava che il santo fosse immerso nel fuoco dalla testa ai piediE poiché il santo voleva comunicarsi, quel fuoco divino si arrotolò su se stesso come l'epitaffio divino ed entrò nel calice divino e con quello si comunicò il santo.
      Il santo visse ancora per molti anni nell'ascesi e nel lavoro. E fondò molti monasteri e li affidò ai suoi discepoli e insegnò loro a vivere nella grazia di Dio. E già molto anziano vide che si incamminava verso Dio, e sei mesi prima del suo trapasso chiamò i fratelli. E ordinò al suo discepolo di sempre, che era anche il più anziano, perfetto nell'ascesi e di grande ubbidienza, di nome Nikon, di pascolare il gregge di Cristo, con attenzione e giustizia poiché avrebbe dovuto rendere conto di tutto. E da quel momento iniziò a tacere. E nel mese di settembre cadde gravemente ammalato e, compreso che stava per rendere l'anima a Dio, convocò i fratelli e impartì loro i seguenti insegnamenti e disse loro: "Badate fratelli di conservare la purezza corporale e spirituale e l'amore sincero, annientate i desideri malvagi e cattivi, non preoccupatevi del cibo e del bere, adornatevi soprattutto di umiltà, astenetevi dalle liti e non considerate importanti gli onori e la gloria di questa vita ma alloro posto aspettatevi da Dio una ricca ricompensa e il godimento eterno di questi beni". Disse queste e molte altre cose di grande utilità. E nella stessa ora della sua morte si comunicò con il sacramento che dona la vita e benedetti i fratelli rese la sua pia e santa anima al Signore. Erano passati in tutto dalla sua nascita settantotto anni.
Il suo santissimo corpo, che aveva così amato il lavoro, fu deposto sul letto di morte con tutti gli onori ed era circondato dai volti dei monaci che cantavano salmi e canti funebri. Il suo viso era luminoso, non come di solito sono i morti, ma come uno che dorme e mostra la sua purezza spirituale che è stata donata da Dio per il suo operato. E le sue reliquie furono portate nel monastero in cui era vissuto e dove aveva praticato l'ascesi, e per mezzo di esse Dio ha donato molte guarigioni.
Trascorsi trent'anni Dio volle onorare il suo eletto e rendere più grande il monastero in suo onore e così il santo apparve a un certo uomo pio che amava profondamente il santo perché riferisse le parole del santo: "Perché mi avete lasciato sottoterra per trent'anni, circondato dall'acqua?". E così accorsero principi e sacerdoti e monaci e persone semplici e scavarono la terra e aperta la tomba, da essa scaturì il profumo di molti aromi ed essi videro uno spettacolo meraviglioso, non solo il corpo del santo era integro e incorrotto, ma anche gli abiti nei quali era stato sepolto erano intatti e non si erano corrotti e l'acqua che era ai due lati della tomba non sfiorava neppure la veste del santo. E si fece un sepolcro e lì fu deposto con tutti gli onori e fino a questo momento i suoi venerabili e miracolosi resti sono visibili a tutti e concedono guarigioni in abbondanza a chi si accosta a essi con fede.
In quello stesso monastero, in cui è stato sepolto il giorno 25 settembre, si è costruita la sua chiesa.
Gloria a Dio nostro Signore ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

6/04/2012

PENSIERI SULLA PASQUA, L’ASCENSIONE E LA PENTECOSTE Arch. Justin Nenad Popovic

l mistero della discesa del Salvatore nell’Ade ed il mistero della salvezza
Il Signore Gesù Cristo nella sua divino-umana economia della Salvezza ha compreso tutti gli esseri umani non solo della sua epoca, ma anche del passato e del futuro. In tal modo egli è diventato il Salvatore di tutto il genere umano ed ha ottenuto il diritto di chiamarsi con questo nome. Sono vere le parole di sant’Ireneo: “Il Cristo è venuto non solo per quelli che all’epoca di Tiberio crederono in lui, ed il Padre non provvide solo per coloro che vivono adesso, ma per tutti gli uomini insieme, che dall’inizio temevano Dio e lo amavano, si comportavano rettamente e con devozione nei riguardi del loro prossimo e desideravano vedere il Cristo ed ascoltare la sua voce”[1].

La discesa del Salvatore nell’Ade, dove si trovano le anime di quanti vissero e morirono prima della sua venuta in questo mondo, era naturale, necessaria e logica. Ed il Salvatore scese nell’Ade con la sua anima umana, mentre il suo corpo giaceva morto nella tomba[2]. La sua discesa nell’Ade egli accompagnò con la predicazione dello stesso Evangelo che aveva annunciato sulla terra. Poiché lo stesso Evangelo vale per tutti gli esseri umani in entrambi i mondi, sia nel mondo della vita terrena che in quello della morte, nell’Ade. L’apostolo Pietro dice chiaramente che il Salvatore predicò alle anime nell’Ade il suo Evangelo della Salvezza[3].

La discesa del Dio-Uomo nell’Ade significa l’annientamento della morte, la vittoria sull’Inferno e sul demonio ed il dominio su di loro. Lo dimostrano le parole dell’apostolo Giovanni, il quale afferma che il Signore Gesù Cristo ha le chiavi dell’Ade e della morte[4]. L’Ade, in cui è sceso il Signore ed in cui vivevano anche le anime dei giusti, significa il regno della morte, la dimora in cui si provava quell’affanno, debolezza, dolore e tristezza, che s’erano impadroniti della natura umana a causa del peccato. La potenza salvifica del Cristo si estende anche su tutta la vita al di là della tomba. “Allorché il Signore fu crocifisso, il demonio fu legato, la morte fu annientata e le anime che erano imprigionate nell’Ade, si liberarono dalle catene”[5]. Come l’unico potente e forte, il Cristo fece prigioniero l’Ade e sollevò con sé tutti i morti, distruggendo con la forza della croce la paura della condanna[6].

La Resurrezione e la rinascita morale dell’umanità

Che il Signore sia realmente risorto ed in quanto eternamente vivo operi incessantemente è dimostrato da sant’Atanasio il Grande anche per mezzo del suo incessante influsso sulla rinascita morale dell’umanità. Infatti solo una persona vivente, non una morta, può operare ed influire sugli uomini. Poiché il salvatore influisce così sugli uomini e quotidianamente dappertutto ed invisibilmente convince moltissimi ad accostarsi alla fede in lui ed obbedire al suo insegnamento, può qualcuno dubitare che la Resurrezione del Cristo sia un fatto reale e che il Cristo viva, o meglio, che egli solo sia la vita? Forse che è proprio di un morto portare le anime dei vivi a tal punto di commozione che essi si allontanano dalle leggi dei loro padri e si chinano davanti alla dottrina del Cristo? Oppure, se il Cristo non opera sugli uomini, in qual modo allora egli influisce sull’adultero affinché egli non continui nel suo peccato, sull’assassino perché cessi di uccidere, sul bugiardo perché non inganni e perché l’ateo diventi credente?[7] In verità la più convincente prova della Resurrezione del Cristo consiste nel fatto che il Signore morto e risorto ha dimostrato dopo la morte una tale potenza da convincere i viventi a disprezzare la patria, la propria casa, gli amici, i parenti e la morte stessa, per confessarlo e preferire ai vantaggi di questa vita la flagellazione, i pericoli e la morte. Tali opere sono proprie non di un morto né di uno che è rimasto nella tomba, ma di uno che è risorto ed è vivo[8].


La Resurrezione del Cristo e la consapevolezza della Chiesa

Se mai in alcun luogo, certamente nella vita della Chiesa l’uomo irresistibilmente ha la chiara sensazione e la consapevolezza che il Dio-Uomo Gesù Cristo con la sua Resurrezione ha in realtà ucciso il peccato, ha vinto la morte, ha calpestato il demonio, ha abbattuto la potenza della morte, ed ha distrutto l’Ade. Nello stesso tempo egli ha santificato, illuminato, resa immortale la natura umana, ha salvato il mondo, ha dato la vita eterna agli uomini, ha concesso loro il perdono dei peccati, ha riempito di gioia il mondo e ha dato agli uomini tutto ciò che Dio nell’indicibile amore per gli uomini può donare. Perciò per Pasqua celebriamo la morte della morte, la distruzione dell’Ade, l’inizio di una nuova vita[9]. Con la sua Resurrezione il Cristo ci ha condotto dalla morte alla vita, e dalla terra al Cielo[10]. Il nostro Salvatore, risorgendo dalla tomba, ha fatto risorgere con sé tutto il genere umano[11]. Risorgendo il terzo giorno dalla tomba, ha fatto risorgere con sé tutto il mondo[12]. Il Cristo è risorto come spetta a Dio, sollevando con sé i morti come un potente[13] e ciò significa che sollevò con sé tutto il genere umano[14].

A causa dei doni particolari e mai prima visti che il Cristo fece alla natura umana per mezzo della sua Resurrezione, la Pasqua è un giorno di eccezionale importanza tra tutti gli altri e particolarmente la notte pasquale lo è tra tutte le notti. La Pasqua è il giorno creato dal Signore, rallegriamoci e siamo lieti in essa[15]. La notte pasquale è realmente santa e solenne, apportatrice di vita, notte illuminata di un giorno luminoso. La Pasqua è la festa delle feste e la solennità delle solennità. Perciò essa è la più grande festa nella Chiesa ortodossa ed ogni domenica è una piccola Pasqua che si ripete. Perciò celebriamo la domenica come il giorno del Signore.

Il mistero dell’Ascensione ed il mistero della salvezza

Il Salvatore portò a termine la sua vita terrena con l’Ascensione. Tutta l’opera del Dio-Uomo aveva questo fine. È naturale che l’opera della Salvezza del genere umano da parte del Cristo terminasse con l’ascensione al Cielo della natura umana, che il Signore con la sua Incarnazione ha reso per sempre parte integrale della sua persona divino-umana. “Nessuno sale al Cielo – scrive l’evangelista Giovanni – se non colui che da esso è sceso, il Figlio dell’Uomo che è in Cielo”[16].

Nell’Ascensione del Signore s’è manifestato pienamente il pensiero divino e l’indicazione del fine della natura umana. Questo pensiero consiste in ciò: la natura umana è creata con il fine di vivere eternamente nell’unità personale con il Figlio di Dio[17]. Con l’Ascensione in cielo della natura umana il Cristo ha dimostrato che lo scopo della sua venuta sulla terra consisteva nel rendere possibile ed assicurare quest’eterna unione della natura umana con Dio, la quale per tale ragione fu creata simile a Dio. Al cielo ascese quello stesso Gesù risorto che nel modo più convincente ha dimostrato la realtà della sua resurrezione. Reso glorioso dalla vittoria sulla morte, quel corpo ascese al Cielo perché, in quanto corpo del Dio-Logos, vivesse eternamente nella gloria della Trinità divina, “alla destra di Dio”[18].

“Dicendo che il Cristo siede in maniera corporea alla destra di Dio Padre – scrive san Giovanni Damasceno – non intendiamo la parte destra in senso spaziale. Infatti come l’Infinito può avere la destra in un luogo definito? Ma noi, quando parliamo della destra del Padre, intendiamo la gloria e l’onore della divinità in cui il Figlio di Dio, in quanto egli stesso Dio e consustanziale con il Padre, risiede anche in maniera corporea”[19]. Come ogni altra opera del Cristo Dio-Uomo anche la sua Ascensione, pur essendo e rimanendo opera personale del Dio-Uomo, tuttavia ha un significato che riguarda tutta l’umanità e tutto il cosmo. Poiché l’Ascensione del Signore è, in principio, l’ascensione di tutta la natura umana. Dal Cristo è stata indicata anticipatamente la via verso l’ascensione ed in tal modo è stata assicurata la vita con Dio, vicino a Dio ed in Dio.

Sul Santo Spirito

Con la sua vita divino-umana e con la sua opera sulla terra il Signore ha compiuto la salvezza del genere umano dal peccato, dalla morte e dal demonio. Ma, affinché l’uomo divenga partecipe della salvezza, deve unirsi con il Salvatore stesso. Ciò avviene per opera del Santo Spirito. Perciò il Salvatore, dieci giorni dopo la sua Ascensione, ha mandato dal Padre suo nel mondo il Santo Spirito[20], che unisce gli uomini con il Cristo, nel suo Corpo, la Chiesa. Questa unione spirituale dell’uomo con il Salvatore richiede che l’uomo combatta contro tutto ciò che lo allontana dal Cristo. L’uomo è allontanato dal Salvatore, che è libero da ogni colpa, dal peccato, a causa della morte e del diavolo. Perciò per avvicinarsi al Cristo ed unirsi a lui, l’uomo deve vincere in sé tutto ciò che è peccaminoso, apportatore di morte e diabolico. Ma questa vittoria l’uomo non può conquistare con le sue sole forze e senza l’aiuto di Dio. L’aiuto di Dio, che all’uomo dà il Santo Spirito, è la Grazia.

L’uomo che con tutto il suo cuore crede nel Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore, riceve la Grazia del Santo Spirito, che lo rende capace di superare ogni peccato, la morte ed il diavolo. Quest’opera del Santo Spirito per la Salvezza dell’uomo e del mondo fu preannunciata e promessa ai suoi discepoli nell’Ultima Cena. Egli allora disse che il Santo Spirito avrebbe insegnato ai suoi discepoli tutto ciò che apporta la salvezza[21], che sarebbe stato presente in tutti loro, li avrebbe salvati[22] e che avrebbe testimoniato che il Signore Gesù è l’unico Salvatore del genere umano[23]. Inoltre, prima della sua Ascensione, il Salvatore mise in rilievo ai suoi discepoli che non si sarebbero salvati finché non fossero stati riempiti dall’alto, per opera di Dio, del Santo Spirito[24]. Il Salvatore mantenne la sua promessa, che avrebbe mandato ai suoi discepoli il Santo Spirito. Nel giorno della Pentecoste egli mandò ai suoi discepoli, alla Chiesa, il Santo Spirito[25]. E da quel giorno il Santo Spirito è sempre presente nella Chiesa e con la sua potenza datrice di Grazia santifica e salva tutti i veri membri della Chiesa. Infatti, secondo le parole di sant’Ireneo, dove è la Chiesa, lì è anche il Santo Spirito ed ogni grazia[26]. L’Apostolo Paolo afferma: “Dio versò su noi abbondantemente, attraverso Gesù Cristo, il Santo Spirito, affinché con la sua Grazia diventassimo eredi della vita eterna”[27].

Con la Grazia del Santo Spirito, che è sempre presente nella Chiesa come sua anima, la Chiesa santifica e salva ogni credente. Lo santifica e lo salva per mezzo di tutto ciò che le è proprio: per mezzo di ogni preghiera, rito, cerimonia sacra e particolarmente con i Sacramenti. Siccome la santificazione spetta in primo luogo al Santo Spirito, esso si chiama Consolatore, Santificatore ed Illuminatore. Va da sé che nella santificazione dell’uomo partecipano anche Dio Padre e Dio Figlio, poiché tutto nella Chiesa avviene dal Padre attraverso il Figlio nel Santo Spirito. Sant’Atanasio scrive a questo proposito: “La Grazia concessa dalla Santa Trinità, si dà dal Padre attraverso il Figlio nel Santo Spirito”[28]. Perciò così spesso s’invoca nella Chiesa ortodossa il Santo Spirito, particolarmente nella Liturgia (epiclesis), nell’ordinazione dei Sacerdoti ed in tutti gli altri Sacramenti della Chiesa.





Da “Tajne Vere i Zivota”, Krnjevo 1977; trad. A. S.

In “Messaggero Ortodosso”, Roma, 1986, giugno-luglio n. 6-7, p. 1-8.




[1] Contra hareses IV, 22, 2.

[2] 1 Pietro 3, 18-20.

[3] 1 Pietro 3, 19; 4, 6.

[4] Apocalisse 1, 18; cfr. Efesini 4, 8.

[5] Mercoledì al Mattutino, kathisma (tono 7 dell’Octoico).

[6] Martedì della II settimana dopo Pasqua, kathisma al Mattutino.

[7] De incarnatione Verbi 30, 21; P. G. t. 25, col 148 BCD ; 149 ABCD.

[8] G. Crisostomo, In s. Ignatium martyrem laudatio 4, P. G. t. 50 col. 339.

[9] Pasqua, al Mattutino, Canone ode 7.

[10] Ibid. ode 1.

[11] Ibid. ode 6.

[12] Domenica d’Antipasqua, Sabato ai piccoli vespri.

[13] III Domenica dopo Pasqua al Mattutino, Canone ode 7.

[14] Ibid. ode 6.

[15] Pasqua, al Mattutino.

[16] Giovanni 3, 13; cfr. Efesini 4, 10.

[17] Cfr. Efesini 2, 6; Colossesi 3, 1-3.

[18] Ebrei 9, 24; 4, 14; Efesini 4, 10; Marco 16, 19; Atti 7, 75.

[19] De fide orthodoxa, IV, 2; P. G. t. 94, col. 1104 BC.

[20] Atti 2, 1-33.

[21] Giovanni 14, 26.

[22] Ibid. 14, 17.

[23] Ibid. 15, 28.

[24] Luca 24, 49.

[25] Atti 2, 1-33.

[26] Contra haereses III, 24, 1.

[27] Tito 3, 5-7.

[28] Ad Serapionem I, 9.12.20.25.

La Festa di Pentecoste - del rev. padre A. Schmemann

Nell’annuale ciclo liturgico della Chiesa, la Pentecoste è “l’ultimo e grande giorno”. È la celebrazione da parte della Chiesa della venuta del Santo Spirito come la fine – la realizzazione e il compimento – di tutta la storia della salvezza. Per lo stesso motivo, tuttavia, è anche la Celebrazione dell’inizio: è il “compleanno” della Chiesa come presenza in mezzo a noi del Santo Spirito, della vita nuova in Cristo, della grazia, delle conoscenze, dell’adozione di Dio e della santità.

Questo duplice significato e la duplice gioia ci viene rivelato, prima di tutto, nel nome della festa. Pentecoste in greco significa cinquanta, e nel sacro simbolismo biblico del numero, il numero cinquanta simboleggia sia la pienezza del tempo che ciò che è al di là del tempo: il Regno di Dio stesso. Essa simboleggia la pienezza del tempo dalla sua prima componente: 49, che è la pienezza del sette (7 x 7): il numero del tempo. E, simboleggia ciò che è al di là del tempo con la seconda componente: 49 + 1, questo è il nuovo giorno, il “giorno senza tramonto” del Regno eterno di Dio. Con la discesa del Santo Spirito sopra i discepoli di Cristo, il tempo della salvezza, la divina opera di redenzione è stata completata, la pienezza è stata rivelata, tutti i doni concessi: sta a noi ora “appropriarci” di questi doni, essere ciò che siamo diventati in Cristo: partecipi e cittadini del suo Regno.





LA VEGLIA DI PENTECOSTE



Il servizio della vigilia notturna, comincia con un solenne invito:



“Dobbiamo celebrare la Pentecoste, la venuta del Santo Spirito,

il giorno stabilito della promessa, e il compimento della speranza,

il mistero che è tanto grande quanto è prezioso”.



Nella venuta dello Spirito, la vera essenza della Chiesa è rivelata:



“Il Santo Spirito offre tutto,

inonda con la profezia, adempie il sacerdozio,

ha insegnato la sapienza agli illetterati,

ha rivelato i pescatori come teologi,

Egli riunisce tutto il concilio della Chiesa”.



Nelle tre letture del Vecchio Testamento (Numeri 11:16-17, 24-29; Gioele 2:23-32; Ezechiele 36:24-28) ascoltiamo le profezie concernenti il Santo Spirito. Apprendiamo che l’intera storia dell’uomo era orientata verso il giorno in cui Dio “avrebbe riversato il Suo Spirito su ogni carne”. Questo giorno è arrivato! Tutte le speranze, tutte le promesse, tutte le attese sono state compiute. Alla fine degli inni Aposticha, per la prima volta dopo la Pasqua, si canta l’inno: “Re celeste, Consolatore, Spirito di verità...”, quello con cui apriamo tutti i nostri servizi, tutte le preghiere, che è, come dire, il soffio vitale della Chiesa, e la cui venuta a noi, la cui “discesa” su di noi in questa Veglia di festa, è stata infatti la stessa esperienza del Santo Spirito “veniente e dimorante in noi”.

Dopo aver raggiunto il suo culmine, la Veglia continua come un’esplosione di gioia e di luce perché “veramente la luce del Consolatore è arrivata e ha illuminato il mondo”. Nella lettura dell’Evangelo (Giovanni 20:19-23) la festa viene interpretata da noi come la festa della Chiesa, della divina sua natura, potere ed autorità. Il Signore manda i suoi discepoli nel mondo, come Egli stesso è stato inviato dal Padre. Più tardi, nelle antifone della liturgia, annunciamo l’universalità della predicazione degli Apostoli, il significato cosmico della festa, la santificazione di tutto il mondo, la vera manifestazione del Regno di Dio.





I VESPRI DI PENTECOSTE



La peculiarità liturgica molto speciale della Pentecoste sono i Vespri del giorno stesso. Normalmente questo servizio segue immediatamente la Divina Liturgia, è “aggiunto” ad esso, come il proprio compimento. Il servizio inizia come un solenne “riepilogo” di tutta la celebrazione, in quanto sua sintesi liturgica. I fiori che teniamo tra le nostre mani simboleggiano la gioia di eterna primavera, inaugurata dalla venuta del Santo Spirito. Dopo la festa d’Ingresso, questa gioia raggiunge il suo culmine nel canto del Grande Prokeimenon:



“Quale Dio è grande come il nostro Dio?”



Poi, dopo aver raggiunto questo culmine, siamo invitati a inginocchiarci. Questo è il nostro primo inginocchiarci da Pasqua. Esso significa che, dopo questi cinquanta giorni di gioia pasquale e di pienezza, di vivere il Regno di Dio, Ora la Chiesa sta per iniziare il suo pellegrinaggio attraverso il tempo e la storia. È sera, ancora una volta, e la notte si appressa, durante la quale tentazioni e fallimenti ci attendono, quando, più di ogni altra cosa, abbiamo bisogno dell’aiuto divino, la presenza e la potenza del Santo Spirito, che già ci ha rivelato il lieto fine, ora ci aiuterà nel nostro sforzo verso il compimento e la salvezza.

Tutto questo è rivelato nelle tre preghiere che il celebrante recita ora inginocchiato come noi tutti ad ascoltarlo. Nella prima preghiera, portiamo a Dio il nostro pentimento, il nostro crescente appello per il perdono dei peccati, la prima condizione per entrare nel Regno di Dio.

Nella seconda preghiera, chiediamo al Santo Spirito di aiutarci, di insegnarci a pregare ed a seguire il vero cammino nel buio e nella difficile notte della nostra esistenza terrena. Infine, nella terza preghiera, ricordiamo tutti coloro che hanno compiuto il loro cammino terreno, ma che sono uniti con noi nell’eterno Dio di Amore.

La gioia della Pasqua è stata completata e si deve attendere ancora per l’alba del giorno eterno. Ma, conoscendo la nostra debolezza, umiliando noi stessi inginocchiandoci, conosciamo anche la gioia e la potenza del Santo Spirito che è venuto. Sappiamo che Dio è con noi, che in Lui è la nostra vittoria.

In tal modo è completata la festa della Pentecoste e si entra nel “tempo ordinario” dell’anno. Eppure, ogni Domenica ora sarà chiamata “dopo Pentecoste” – e questo significa che è dalla forza e dalla luce di questi cinquanta giorni che dobbiamo ricevere la nostra forza, il divino aiuto nella nostra lotta quotidiana. A Pentecoste si decorano le nostre chiese con fiori e rami verdi – perché la Chiesa “non invecchia mai di età, ma è sempre giovane”. È un albero sempreverde, sempre vivo di grazia e di vita, di gioia e di conforto. Perché il Santo Spirito – “Tesoro di Bene e datore di vita” – viene e rimane in noi, e ci purifica da tutte le impurità, e riempie di senso la nostra vita, l’amore, la fede e la speranza.



padre Alexander Schmemann (1974)

7/21/2011

Lodi alla Madre di Dio




 Aprirò la mia bocca, e si colmerà di Spirito, e proferiro parole  per la regina Madre; e mi presenterò gioioso in feste e canterò gaio le sue meraviglie.
A quelli che ti cantano lodi, o Madre di Dio,Tu che sei sorgente viva e traboccante ,e ti venerano insieme ,rinforza lo spirito, e nel giorno della tua divina gloria , rendili degni di corone di gloria
Il profeta Abakum avendo compreso il disegno Divino dell’incarnazione del Signore dalla vergine acclamava; gloria alla tua divina forza Signore.
Sbalordisce l’universo per la tua divina gloria; tu infatti , Vergine che non hai conosciuto nozze , hai portato in ventre il Dio di tutti , e hai partorito il Figlio che è oltre il tempo, e che premia con la salvezza  tutti quelli che ti lodano.
Svolgendo questa divina e  benedetta festa della Madre di Dio,  voi che avete ragione  del divino,venite battiamo le mani, rendendo Gloria a Dio che da lei è stato partorito.
I avendo ragione del divino non adorarono il creato  piuttosto del Creatore, ma calpestata coraggio-samente la minaccia del fuoco, gioiosi cantavano: il sempre lodato, dei padri Signore e Dio, benedetto è.
Lodiamo, benediciamo, e adoriamo il Signore.
 Ha salvato nella fornace i fanciulli puri , Il parto della Theotoco, allora preannunciato, ma ora  si è realizzato, l’universo tutto si innalza e salmeggia; Lodate le opere del Signore, e innalzatelo per tutti i secoli.
Ogni uomo della terra esulta nello spirito, portando la sua fiaccola; sia in giubilo il popolo degli intelletti incorporei, magnificando i sacri prodigi della Madre di Dio, e acclami: Gioisci beatissima, Theotoco  pura e  sempre vergine

Padre Paisio di Monte Athos






La vita di padre Paisio
Padre Paisio, nel mondo Arsenio Eznepidis, da Farassa di Capadocia (Asia Minore), nacque il 25 luglio del 1924, nel giorno di S. Anna.
Suo padre si chiamava Prodromos. Era l'intendente di Farassa e nutriva amore e venerazione per sant’Arsenio. Per questa venerazione annotava in un quaderno qualunque miracolo che vedeva o ascoltava sul santo come aiuto spirituale per se stesso e per la sua famiglia.
La madre di padre Paisio si chiamava Eulampia, proveniva da una famiglia di nove fratelli e sorelle.
La comunita greca e cristiana dei Farassioti si trovo obbligata a partire per la Grecia, destino che accomuno diverse altre comunita. Il 7 agosto di 1924, una settimana prima della partenza dei Farrassioti, sant’Arsenio di Capadocia battezzo tutti i bambini che non erano ancora stati battezzati. Prodromos Eznepidis porto, anche lui, a battezzare suo figlio. Comincio il Sacramento, e nel momento di dare il nome al bambino, Prodromos nomino quello del nonno, Cristo, secondo la tradizione per cui al primo maschio di una famiglia veniva dato il nome del nono paterno. Il geron Arsenio pero non fu d’accordo, poiche desiderava dare il suo nome a quel bambino. Dirigendosi alla madrina, disse: “Chiamalo Arsenio!”
San Arsenio, possedendo il dono della chiaroveggenza, aveva sentito la vocazione dal bambino che dal seno di sua madre era destinato ad essere uno degli eletti dello Spirito Santo. Cinque settimane dopo il battesimo del piccolo Arsenio, il 14 settembre del 1924, secondo il vecchio calendario, nel giorno dell’Esaltazione della Croce, dopo una traversata difficile, l'imbarcazione dei fuggitivi si avvicino al porto greco san Giorgio del Pireo. Dovettero aspettare 3 settimane in quarantena e dopo proseguirono per l’isola di Corfu, e si stabilirono nel paese di Castra. .
Sant’Arsenio, come aveva profetizzato, visse 40 giorni in quel isola, ed il 10 di novembre del 1924, secondo il nuovo calendario, all’eta di 83 ani, mori lasciando un degno erede dei suoi beni spirituali, un nuovo Arsenio, il futuro geron Paisio.
Il piccolo Arsenio cresceva e possedeva un grande amore per Cristo e per la Madre di Dio, nutriva anche il desiderio di farsi monaco. I suoi genitori gli rispondevano che solo quando gli sarebbe cresciuta la barba, gli avrebbero permesso di coronare il suo desiderio.
Gli piaceva anche andare nel bosco a pregare con una croce che si era fatto egli stesso.
Nel paese di Koniza in Epiro fini la scuola primaria. Arsenio divento un esperto falegname, come nostro Signore. Un esempio che dimostra la bonta della sua anima e questo essendo falegname, se gli toccava di costruire una bara, la faceva gratis, compatendo la famiglia e partecipando al loro dolore.
Nel 1945 Arsenio fu chiamato nell’esercito, dove si distinse per valore e per virtu.
Chiedeva sempre di essere inviato nelle missioni piu pericolose, preferendo, trovarsi in pericolo lui piuttosto che uomini sposati con figli. Diceva: "Hanno moglie e bambini piccoli che li aspettano, io, sono libero”.
Dopo il servizio militare, Arsenio ando sul Monte Athos, deciso a condurre una vita monastica. .
Per alcuni mesi visse nel Giardino della Madre di Dio, come e chiamata la Sacra Montagna del Athos, ma il pensiero che le sue sorelle non erano sistemate non lo abbandonava. Cosi, decise di ritornare al mondo per il periodo necessario e dopo un anno, nel 1950, torno di nuovo sul Monte Athos.
La prima notte la passo come ospite nella skiti di san Giovanni il Teologo che si trova nelle vicinanze di Karies. In seguito si diresse al monastero di san Pantaleone, dove si trovava un virtuoso confessore, il padre Cirillo, asceta, originario della citta di Arginio. Padre Cirillo lo invio al monastero" Esfigmenos “, era il 1950.
Al geron Paisio gli piaceva studiare la vita dei Santi, il Patericon e i consigli di Abba Isaac, del quale non si separava mai, e durante il sonno li teneva sotto il cuscino. Quando il giovane Arsenio finiva la sua dovuta obbedienza, non andava a riposare in cella, anzi aiutava gli altri fratelli a finire i loro lavori, poiche non si sentiva capace di riposare mentre gli altri lavoravano fino tardi. Tentava sempre di aiutare i deboli e i malati. Amava tutti i padri, non facendo differenza, ubbidiva a tutti umilmente, e si considerava ultimo di tutti.
Arsenio non dava valore al suo pensiero, bensi umilmente, senza volonta propria alcuna, domandava tutto al suo confessore, pregando Dio che l’illuminasse per poter insegnare secondo la volonta Divina.
Viveva permanentemente nell’amore a Dio, originato nella gratitudine per tutte le Sue elargizioni. Il suo unico fine e desiderio era di corrispondere, anche in misura misera, alle beneficenze Divine.
Il giovane Arsenio considerava, come unica causa di tutte le cose buone, la Grazia Divina, e di tutte le cose brutte, per profonda umilta, metteva come causa se stesso.
Per esempio, se vedeva un fratello caduto in peccato, o non pentito, o con fede vacillante, diceva fra se: ” La colpa di questo e mia, perche se io facessi tutto quello che ordina Cristo, Dio ascolterebbe la mia supplica, e mio fratello non si troverebbe in questo stato, dove rimane a causa della mia crudelta.”. Cosi pensava e prendeva come propri i problemi dei fratelli pregando Dio, senza interruzione, affinche aiutasse tutto il mondo, secondo il Suo volere.
E Dio, che promise di ascoltare gli umili, ascoltava sempre le preghiere di Arsenio che uscivano dal suo cuore, riscaldato con la pieta e l’umilta.
Piaceva molto ad Arsenio visitare i grandi maestri spirituali e i padri, portatori dello Spirito, per ricevere la loro benedizione ed ascoltare i loro consigli spirituali. Tutto quello che sentiva da questi" bei fiori" del giardino della Madre di Dio, la sua anima pura lo prendeva senza vacillare ne dubitare. Credeva con semplicita di cuore ai consigli dei suoi padri spirituali e non sottometteva mai questi consigli al suo proprio giudizio, ma li realizzava con pienezza di fede, dicendo che verificare la cosa spirituale era come tentare di afferrare l'aria con le mani.
Nell' eta giovanile si sottomise a molti padri, e come un'ape raccolse il nettare spirituale per poi produrre il miele spirituale che alimento molti bisognosi di guarire dalle loro passioni. Nel 1954 egli si sposto al sacro monastero di " Filotheou " e si sottomise al geron Simeon. Nel 1956 padre Simeon lo chirotono con la piccola" skima " monacale e gli impose il nome di Paisio, in onore del metropolita di Cesarea, Paisio II, col quale era conterraneo di Farassa di Capadocia.
Nel monastero di " Filotheou ", padre Paisio segui lo stesso modo di vivere del monastero di Esfigmenos. Esercitava l'amore per il prossimo ed aiutava i fratelli con tutte le sue forze. Il seguente fatto ci indica la sua anima buona e il suo preoccuparsi per il prossimo : uno dei fratelli caduto in un gran peccato aveva vergogna di confessarsi. In conseguenza si rinchiuse in se stesso e, disperato, nutriva l'idea del suicidio. Padre Paisio, che stava attento per aiutarlo, essendo da soli, comincio a raccontare che aveva diversi peccati e tra questi nomino il peccato del fratello caduto, ricordando che l’unico rimedio era il pentimento e la confessione. Sfortunatamente, questo fratello non aveva pensieri buoni, ed ascoltando le parole del geron, esse non furono per lui di aiuto, e non seppe diresse la sua anima alla confessione, ma comincio a diffondere la voce tra i monasteri che Paisio non meritava rispetto ed amore e che aveva molti peccati. Naturalmente, padre Paisio non si giustifico. Ma i padri compresero in questo un atto di pienezza d’amore e loro stessi lo giustificarono e lo elogiarono.
Non chiedeva niente a Dio, poiche capiva bene che il Signore, attraverso il santo battesimo gli aveva concesso gia la grazia dello Spirito Divino. Per quel motivo non aveva invidia dei doni elargiti agli altri padri. In quel modo purificava la sua anima, togliendo ogni pensiero malizioso e tentando di avere solo buoni pensieri. Chiunque poteva notare come, senza sforzo e per la Grazia che aveva, allontanava dalla sua anima pensieri cattivi anche in circostanze avverse come nel seguente esempio: in un monastero un fratello raccontava ai pellegrini cose che si potevano considerare scandalose. I pellegrini che l'ascoltarono si tentarono ed una volta domandarono a padre Paisio: “In tale monastero un fratello dice tali e tali cose. Che c'e ?"
Padre Paisio rispose loro senza esitazione: “guardatevi in voi stessi e non giudicate. Questo fratello e venerabile, ma quando nel monastero ci sono visite, simula essere"ignorante" per ricevere la ricompensa Divina.”. Cosi i pellegrini si calmarono.
Quando si trovava nel monastero di Filotheou in visita dal padre Cirillo gli chiedeva consigli in distinte occasioni. Il padre Cirillo, per la grazia di Dio, l'aiutava in tutto, e spesso risolveva i problemi di padre Paisio, prima che glieli avesse detti.
Nel 1966 padre Paisio cadde malato e fu internato per molti mesi nell'ospedale "Papanicolau" dove gli tolsero parte dei polmoni.
L'Isicastirio di san Giovanni il Teologo
La Provvidenza Divina aiuto padre Paisio a conoscesse le sorelle del sacro monastero di s. Giovanni il Teologo in Suroti, a circa 20 km. da Salonicco in Macedonia. Nel periodo della malattia di padre Paisio, nel 1966, il sacerdote del tempio di santa Sofia in Salonicco , padre Policarpo Madzaroglu, sapendo dell’anziano malato, quando ricoverarono quest’ultimo in ospedale per operarlo, chiese alle sorelle che si trovavano sotto la sua direzione spirituale di aiutare lo Geron in tutto quello che necessitava durante la sua permanenza in ospedale.
Nel monastero " Stavronikita" il padre Paisio arrivo nel 1968.
Nella cella della Santa Croce, non lontana da" Stavronikita," era confessore il papa Tikhon, nato in Russia nel 1884. .Aveva molti doni spirituali e compiva grandi imprese monastiche. Il padre Paisio andava spesso da lui per chiedergli consigli, ed aiutarlo nella Divina Liturgia come cantore. Molte volte il servizio si interrompeva perche padre Tikhon entrava in trans di contemplazione spirituale che poteva durare fino a mezz'ora. In questo periodo il padre Tikhon chirotono padre Paisio nel grande skima monastico. Dieci giorni prima di morire, il padre Tikhon chiese al padre Paisio di aiutarlo nelle sue ultime ore. L’anziano servi il moribondo con grande spirito di carita, offrendo tutto l'aiuto che egli necessitava.
La malattia di padre Paisio
Il problema serio con la salute di padre Paisio comincio nel 1969. Soffriva di una malattia respiratoria con febbre alta, forte tosse con secrezioni che lo debilitarono molto. I medici fecero una diagnosi sbagliata; la presenza di tubercolosi. Necessariamente il padre Paisio dovette cosi prendere, molti rimedi contro la tubercolosi, i quali lo debilitarono molto per le sue reazioni collaterali.
Per le continue visite di pellegrini, con il loro carico di angosce e problemi, il Padre si stancava molto ed il preoccuparsi per loro l'esauriva. Inoltre egli lasciava pochissimo tempo per il suo riposo notturno, poiche pregava anche di notte.
Padre Paisio imparo a fare alcune piccole immagini metalliche che egli stesso ritagliava. Queste icone, Crocifissi, la Vergine, san Arsenio di Capadocia, li distribuiva come" benedizione" tra i pellegrini. Questo lavoro aggravava la sua situazione di salute stancandolo molto.
Ebbe anche un ernia addominale e nonostante il dolore viveva con pazienza questa infermita.
Anche in questo stato di salute, durante le sue visite all’eremo di san Giovanni restava fermo per molte ore, mentre dava la benedizione alla gente. Diventava pallido e sudava dal dolore, ma non si sedeva mai mentre passava la fila quasi infinita di fedeli.
Intorno al 1988 sorse un'altra difficolta all'intestino di padre Paisio, con forti diarree che nonostante il trattamento prescritto dai medici, non cessavano.
Il padre sospetto allora che qualcosa di quello che usava tutti i giorni gli facesse male, probabilmente l'acqua. Ando ad ispezionare la fonte d’acqua, quella che tirava fuori con una canna, ed osservo che la fonte era molto sporca. La ripuli e le diarree cessarono.
Dopo un tempo apparve una lieve emorragia nel retto, la quale aumentava. Nonostante le indicazioni dei medici, egli non voleva fare gli esami I medici, senza analisi, supponevano che si trattasse di colite, o emorroidi, o un tumore canceroso. Proponevano diverse cose e davano differenti consigli, ai quali il padre non dava attenzione, poiche sapeva per esperienza che tutti i rimedi avevano effetti secondari. Diceva: “non disprezzo le medicine, ma non le prendo, perche coi rimedi copriamo un buco e ne apriamo un altro, cosi non si finisce mai. Cristo vede il mio stato e se lo volesse guarirei, se questo fosse bene per noi. Nell’intestino c'e un tumore: allora sara meglio non toccarlo per non peggiorare questo stato. Tutto il mondo soffre di tre cose: cancro, malattie e divorzi. Ogni settimana ricevo molte lettere dove mi scrivono su questi problemi. Disordini seri non ne ho,” diceva sorridendo, “neanche ho qualcosa a che fare con divorzi e distribuzione di beni, allora per lo meno ho il cancro, affinche il mondo si consoli. Quando qualcuno ha il cancro o grandi problemi, e nonostante cio non si preoccupa per se stesso, bensi chiede a Dio per gli altri, Dio si commuove! Cosi, in ogni caso, l'uomo ha l'opportunita di dire a Cristo: “io non mi interesso di me stesso e non chiedo niente, ma ti prego aiuta agli altri." E Dio aiuta. Per questo motivo, padre mio, non ti preoccupare molto per me”.
In questo stesso periodo della Grande Quaresima del 1993, avendo frequenti emorragie, la sua emoglobina era molto bassa e sveniva frequentemente. Ma non si scoraggiava. Alla malattia contrapponeva molta pazienza, e sopportazione
Nella meta di aprile l'operarono per ricostruire il retto. Dopo alcuni giorni la tomografia dimostro che le metastasi si era estesa al fegato e ai polmoni.
I medici avvisarono che la prognosi era funesta e che avrebbe vissuto ancora quattro mesi. Ascoltando cio, padre Paisio disse sorridendo: “Bene, non saro morto prima? Devo aspettare cosi tanti mesi?"
Padre Paisio era deciso fermamente di ritornare al Monte Athos ed il giorno 13 di giugno, preparo tutto per viaggio, ma gli sali la febbre, e dovette posporre il viaggio. Lo stato della sua salute peggiorava continuamente. I medici avvisarono che gli rimanevano 2-3 settimane di vita. Il padre accetto di ricevere visitatori ed incomincio a prepararsi per il gran viaggio. Il 11 Luglio, il giorno di santa Eufemia, il padre Paisio si comunico per ultima volta, in ginocchio di fianco al letto. Le ultimi 24 ore fu molto tranquillo, benche soffrisse molto, ma con rassegnazione sopportava tutto.
La notte tra il lunedi 11 ed il martedi 12 luglio fu un martirio per l’anziano monaco. Cominciarono ad infiammarsi le sue estremita e diventare cianotiche, gli mancava la respirazione, ma il cuore lavorava ancora bene. Alla mattina si abbasso la pressione arteriosa e la respirazione si fece molto lenta. Divenne chiaro che la fine si avvicinava. Vennero le sorelle dal convento per ricevere l'ultima benedizione. Il martedi 12 Luglio consegno la sua anima beata, umilmente, con calma al Signore che amava.
Padre Paisio fu seppellito nel monastero di san Giovanni il Teologo in Suroti.
Padre Paisio insegnava:

La tua meta che sia la purificazione dell'anima e la totale sottomissione della mente alla Grazia Divina. Per questo, prega sempre, impara ed umilmente recita la preghiera di Gesu.
Se agisci cosi, a tempo debito arrivera la grazia di Cristo. Prega affinche in qualche modo possa dimostrare al nostro Cristo amore ed umilta poiche solo con questo egli concede la sua grazia. Bisogna tentare di assomigliargli nei nostri pensieri ed atti. Senza questo, saranno inutili genuflessioni, rosari e digiuni.
Per l'illuminazione dell'anima leggi tutti i giorni il Nuovo Testamento.
Preoccupati ogni giorno di purificare la tua anima.
Aspira verso la verita Divina e non alla logica, basata su argomenti mentali, poiche, solo nella verita Divina viene la grazia di Cristo.
In tutto quello che ti proponi di fare rifletti in primo luogo, se lo vuole Cristo, e cosi agisci secondo la volonta del Signore.
La tua parola che sia"si" se si, e"no" se e no.
Preoccupati sempre di fare il bene al tuo prossimo, e non a te stesso.
Non guardare quello che fanno gli altri, e non li sottomettere a prove, per non condannare.
Non secondo la giustizia umana ma secondo quella Divina.
Alla domanda che cosa sia la giustizia Divina, il padre Paisio rispose coi seguenti esempi.
"Diciamo, che due persone sono a tavola e stanno mangiando. Hanno a disposizione un piatto con dieci frutti. Se uno dei commensali per gola ne mangia sette e lascia all'altro tre, e ingiustizia. Se quello dice: guarda, siamo due, ci sono dieci frutti. Ad ognuno corrispondono cinque. Mangero cinque, e gli altri cinque li lascero per l'altro agisce in forma giusta , cioe, secondo la giustizia umana. Per difendere i suoi diritti umani, la gente molte volte prende avvocati e giudica gli altri.
Invece, se l'uomo vede che all'altro piacciono i frutti, simulando che non gli piacciono, mangera uno o due, e dira all'amico" Fratello, mangia i restanti, poiche non mi piacciono troppo",in questo caso agisce secondo la giustizia Divina.
Racconto un altro esempio per migliore comprensione di quello che e la giustizia Divina: supponiamo che venga un fratello e mi dice: “Gheronta, questa cella e mia”! Per questo motivo gliela lascero e mi mettero a cercare un'altra se mi oriento con la giustizia Divina, arrivando anche a ringraziarlo umilmente per avermi permesso di vivere nella sua cella. Invece, se agisco secondo la giustizia umana, non accettero le sue richieste, comincero a discutere a irritarmi ed insultare, arrivando a dimostrare in un giudizio che ho ragione e che la cella era mia .
Un cristiano vero non deve ne giudicare, ne arrabbiarsi, ne litigare con altri, anche se lo spoglino dei suoi beni. Poiche esiste solo una differenza tra veri cristiani e i non credenti: i cristiani seguono la legge della giustizia Divina con umilta e cedono, mentre i non credenti seguono la giustizia umana, basata nell'amore proprio.
La giustizia umana ha poco valore davanti alla giustizia Divina.
Nostro Signore. Gesu Cristo fu il primo che realizzo la giustizia Divina. Quando l'accusavano, non si giustificava e quando gli sputavano, non protestava, quando lo martirizzavano, non minacciava, tutto sopportava con pazienza, silenziosamente. Egli non si difese quando gli tolsero i suoi vestiti e l'appesero senza vesti sulla croce davanti alla moltitudine. Ed in questo esempio di umilta, , non solo non cercava la difesa della legge, bensi giustificava i suoi persecutori davanti al Suo Padre Celeste e pregava per loro": Padre, perdonali, perche non sanno quello che fanno", Luca 23:34).
Per nostra vergogna, non prendiamo l'esempio del nostro Salvatore, Dio, e non cessiamo di giudicare gli altri ed anche a discutere per qualunque piccolezza. Il risultato che la nostra" giustizia umana porta ad un gran errore. Se noi, lasciando da parte la preghiera e la purificazione del cuore, cominciamo a conversare con la gente, portarla nei tribunali, si vedra chiaramente che gli oggetti sono piu importanti della nostra propria salvezza. Quello che e piu orribile ancora, e che li mettiamo al di sopra dello stesso comandamento di Cristo, (Luca 6:26-29).
Concludendo la sua spiegazione, il padre Paisio diceva: come il fieno ed il fuoco non possono stare insieme, cosi non possono trovarsi contemporaneamente nell'anima le due giustizie distinte: la Divina e l'umana. Quello che crede nella giustizia Divina, non si offusca quando l'offendono e non cerca giustificazione in caso che fosse condannata, ma riceve le false accuse, come se fossero vere, non si preoccupa di convincere i calunniatori, ma ancora gli chiede perdono.